ipertermia

La ben nota proprietà antalgica del calore, che può essere sperimentata anche con mezzi molto semplici, ha probabilmente suggerito in tempi remoti l’intuizione che forse il calore aveva anche proprietà terapeutiche, non solo antalgiche. È un fatto, poi, che la potenzialità terapeutica esiste davvero. Da qui si sono sviluppate numerose termoterapie che derivano dai più disparati procedimenti di riscaldamento.

D’altra parte il nostro organismo richiede precise condizioni omeostatiche per vivere correttamente. Piccole variazioni vengono recuperate senza effetti rilevabili, grandi variazioni provocano danni anche irreversibili. “In mezzo”, ma è un intervallo ristretto, si possono indurre delle perturbazioni che, se opportunamente gestite, hanno efficacia terapeutica su specifiche patologie. Purtroppo i metodi di riscaldamento tradizionali non hanno la potenzialità e l’accuratezza necessarie per provocare in maniera affidabile e riproducibile quelle condizioni di temperatura che rientrano nello stretto intervallo terapeutico del calore. Perciò i risultati finali, clinici, sono spesso incostanti e raramente del tutto soddisfacenti, tanto che gradualmente molti fisiatri hanno perso fiducia in questo principio terapeutico.

L’ipertermia è una modalità di riscaldamento innovativa basata su un apporto di calore particolarmente efficace e controllato rispetto alle altre termoterapie, in modo da ottimizzare le condizioni termiche richieste e quindi raggiungere sistematicamente quelle prestazioni che la rendono superiore alle tradizionali terapie col calore e competitiva o alternativa o sinergica con altre terapie recentemente più accreditate.

L’ipertermia è nata in campo oncologico. Le sue origini, andando indietro nel tempo, tendono a confondersi col più generale e vago concetto di terapia col calore, compreso l’uso diretto del fuoco. Infatti gli esempi di applicazioni molto antiche del calore contro i più vari tipi di malattia, in particolare contro il cancro, sono assai numerosi, e a questi vengono fatte risalire tradizionalmente le radici dell’ipertermia.

In realtà l’ipertermia ha acquisito le sue caratteristiche attuali in seguito allo sviluppo che si è avuto a partire dagli anni Cinquanta, quando cominciarono ad essere disponibili l’energia elettromagnetica (radiofrequenza e microonde) e ultrasonica con potenze adeguate per costruire apparecchiature riscaldanti efficaci. Da qui rinacque una forte motivazione ad applicare il calore con questi nuovi mezzi contro il cancro. Perciò oggi, dopo una lunga fase di ricerca e di sviluppo di nuove tecnologie, con cui si è andati ben oltre il semplice impiego delle nuove sorgenti riscaldanti, è possibile realizzare un riscaldamento controllato, localizzato e, se necessario, profondo di una parte prestabilita del corpo umano, per i più diversi obiettivi terapeutici.

Il calore agisce su tessuti e organi sia a livello fisiologico sia biologico.

L’effetto fisiologico principale è la vasodilatazione nel volume riscaldato, che provoca un aumento di perfusione. Il fenomeno aumenta al crescere della temperatura e, finché la microcircolazione resiste, vengono incrementati gli scambi fra sangue e liquido interstiziale. Anche il drenaggio di scorie e di eventuale liquido in eccesso viene in linea di massima favorito poiché viene incrementata anche l’attività dei vasi linfatici. Ma ad un certo punto critico, che dipende sia dalla temperatura, sia dal tempo di esposizione, sia dallo stato patologico o meno della rete capillare, quest’ultima viene gravemente danneggiata e la circolazione locale crolla quasi improvvisamente. Tutta l’area può andare rapidamente incontro a necrosi.

Quanto ai fenomeni biologici, all’aumentare della temperatura si verifica all’inizio un aumento del metabolismo accompagnato dall’instaurarsi di una serie di reazioni cellulari complesse e ancora in parte sotto studio. Gradualmente si inserisce poi anche un effetto citotossico che cresce esponenzialmente in funzione sia dell’aumento di temperatura sia del tempo di esposizione.

Approssimativamente, al di sotto di 45 °C e per trattamenti di durata non superiore a mezz’ora si osserva un danno cellulare complessivamente reversibile, mentre oltre 45 °C è prevalente la necrosi.

Una delle reazioni cellulari più significative e indagate che si verificano nel campo delle temperature ipertermiche è la produzione di nuove proteine (“heat shock proteins”, HSP) che rendono le cellule più resistenti al calore per un certo periodo di tempo successivo al trattamento (fino a 5 giorni, secondo il ciclo termico subito). Questo fenomeno è comunemente chiamato “termotolleranza” ed è un vincolo fondamentale da non sottovalutare, specialmente in oncologia.

Sulla base di questi effetti e loro conseguenze sono stati formulati numerosi razionali terapeutici, mirati a molte patologie in diversi campi di applicazione.

Tratto da “Ipertermia in terapia fisica” di E. Alicicco, G. Alessandrelli, A Borrani – Edi-Ermes