Ipertermia in Terapia Fisica

INTRODUZIONE 

Negli ultimi anni, è stata individuata e verificata l’efficacia dell’ipertermia come terapia principale nel campo della terapia fisica verso numerose patologie dell’apparato muscolo-scheletrico sia di origine traumatica sia degenerativa, in tutte le forme flogistiche post-acute e croniche.

In generale l’ipertermia trova indicazione dove è utile stimolare le capacità di autoriparazione dell’organismo che per qualche ragione sono lente o sopite, mentre si ritiene che sia controindicata quando l’organismo non è in grado di reggere lo stimolo (che è in ogni modo uno sforzo), oppure, per qualche ragione anomala, sta rivolgendosi contro se stesso e quindi non è opportuno aumentarne l’attività, come per esempio nelle malattie autoimmuni e in alcune forme di osteoporosi. Tuttavia queste generiche controindicazioni sono ancora da verificare in maniera specifica perché non esistono studi sufficientemente approfonditi né tantomeno sperimentazione adeguata ad indicare un trend pro o contro.

I razionali stessi sono ancora molto generici. Si basano sui seguenti punti principali, comuni in buona parte a quelli relativi alle termoterapie tradizionali:

  1. la vasodilatazione, col conseguente aumento di perfusione e drenaggio linfatico, che facilitano la rimozione degli agenti infiammatori e l’apporto degli agenti riparativi, mentre viene favorito il metabolismo locale;
  2. un probabile effetto di “cell killing”, ovviamente molto moderato, che stimola la ricostruzione di nuovi tessuti;
  3. l’aumento della velocità delle reazioni metaboliche, dovuto all’incremento di temperatura;

4) risposte specifiche dell’apparato muscolo-scheletrico all’aumento di temperatura, quali l’aumento di estensibilità delle fibre collagene e il rilasciamento muscolare (induzione dello spasmo) per la modificata attività dell’organo tendineo di Golgi e dei fusi neuro-muscolari.

È tuttora oggetto di discussione la gestione del fenomeno della termotolleranza. Questa infatti, determinando una maggiore resistenza e una minore reattività al calore da parte delle cellule, mette il microcircolo in condizione di mantenere l’apporto ematico anche ad alte temperature, ma nello stesso tempo tende a provocare un aumento di perfusione meno pronunciato a parità di riscaldamento.

Da una parte quindi c’è una buona ragione per fare sedute frequenti (sicurezza contro il crollo della circolazione per surriscaldamento accidentale), dall’altra c’è una buona ragione per tenere le sedute ben distanziate (grande aumento di perfusione se il microcircolo regge il carico termico). Attualmente viene seguito per lo più il compromesso di separare le sedute di 48-72 ore, ma sono allo studio modalità alternative.

In ogni caso non è previsto un riscaldamento a temperature particolarmente elevate; per sedute della durata di circa mezz’ora il limite è di 44-45 °C, da raggiungere e mantenere solo in casi particolari e per brevi intervalli di tempo.

Fondamentalmente, per sfruttare al meglio le potenzialità del calore è necessario operare in un intervallo di temperature piuttosto ristretto, compreso fra 38 e 45,5 °C e specifico del particolare tessuto e patologia.

Attualmente solo le tecniche ipertermiche sono sufficientemente efficaci e accurate per realizzare queste condizioni.

Trovano giovamento dall’ipertermia quelle parti del corpo che sono normalmente poco perfuse dal sangue, come tendini, inserzioni osso-tendine, superfici articolari, perché l’aumento di perfusione aumenta il ricambio locale e facilita l’eliminazione dell’infiammazione; ma anche zone dove la perfusione, normalmente alta, è stata ridotta accidentalmente – si pensi ad un trauma muscolare con ematoma – possono trarre grande giovamento dall’ipertermia che accelera la guarigione e impedisce la formazione di calcificazioni rimuovendole se si sono già instaurate.

L’aumentata estensibilità delle fibre collagene, dosata dal riscaldamento efficace e accurato che si ottiene con l’ipertermia, permette di ottimizzare la riabilitazione articolare e tendinea post traumatica o post operatoria, con gran sinergia con le terapie fisiche di tipo meccanico.

Per esempio con tensioni prolungate e costanti si possono ridimensionare verso valori normali tendini, legamenti e capsule, mentre nelle cicatrici sottoposte anche a mobilizzazione le fibre collagene tendono a riorientarsi nelle direzioni corrette migliorando l’elasticità e la qualità complessiva della riparazione.

E’ chiaro come i tempi e i modi di applicazione del calore debbano essere controllati con cura: infatti, per esempio, dove la circolazione è scarsa, qualunque ne sia la ragione, è sempre presente il rischio di raggiungere temperature eccessive e quindi dannose, oltre alla possibilità di ischemia se all’aumento di metabolismo indotto dal calore non corrisponde un sufficiente aumento di perfusione.

Anche le tempistiche generali della terapia devono essere stabilite in base alla particolare situazione patologica; per esempio nel caso di un ematoma da trauma è necessario dare il tempo (due-tre giorni) alla rete capillare di effettuare quel minimo di autoriparazione sufficiente a sopportare lo stress dell’aumento di temperatura e quindi di perfusione, prima di iniziare il trattamento. Ciò è in accordo col criterio generico di evitare l’ipertermia durante la fase acuta della flogosi; tuttavia sono numerose le segnalazioni di brillanti risultati ottenuti trattando situazioni acute in particolari patologie.

Anche la capacità antalgica del calore gioca un ruolo importante nella terapia complessiva.

Rispetto alle termoterapie tradizionali e a molti altri tipi di terapie fisiche l’ipertermia solitamente permette di ottenere risultati superiori in un tempo più breve: maggiore probabilità di totale scomparsa del dolore, migliore recupero funzionale, riparazione qualitativamente più approfondita (come risulta dalle indagini strumentali), effetto più duraturo nel tempo.

Spesso vengono recuperate situazioni che sembravano ormai cronicizzate su una guarigione mediocre.

In alcuni casi si ottengono buoni risultati dove le altre terapie hanno fallito o non sono più in grado di dare giovamento. Un esempio evidente si ha nelle sindromi canalicolari, dove l’ipertermia permette di ritardare, e in molti casi escludere, l’intervento chirurgico, anche in situazioni in cui ormai le infiltrazioni di cortisonici non hanno più un’azione benefica vantaggiosa rispetto agli effetti collaterali.

Molti dati clinici sono disponibili da numerose sorgenti, spesso con risultati rimarchevoli; anche se con minore abbondanza, si sta formando un robusto nucleo di risultati con valore scientifico-statistico accettabile.

APPLICAZIONI IN TERAPIA FISICA

INDICAZIONI:

In questa sezione verranno prese in considerazione alcune delle patologie più frequenti in cui è utile introdurre nel programma riabilitativo il trattamento mediante ipertermia. Si tratta di affezioni interessanti l’elemento muscolo-tendineo e la sua inserzione ossea e quindi per esteso l’intero apparato locomotore, spesso, ma non esclusivamente, derivanti dall’esercizio delle pratiche sportive.

TENDINITI

Le tendiniti sono processi flogistici acuti o cronici a carico dei tendini o dei loro annessi (guaine, paratenonio per i tendini sprovvisti di guaina, endotenonio).

Generalmente sono causate da sovraccarico funzionale, aggravalo talvolta da un’alterata postura, e possono interessare l’inserzione distale o prossimale o il tendine in toto.

La rete vascolare, particolarmente scarsa in queste strutture anatomiche, costituisce uno dei principali ostacoli al processo di risoluzione della patologia infiammatoria, con cronicizzazione.

Spesso il quadro di patologia tendinea è complicato dalla presenza di calcificazioni in sede di flogosi, quale conseguenza di processi necrobiotici da insufficiente irrorazione sanguigna.

Per quanto detto, si giovano dell’uso terapeutico dell’ipertermia le tendiniti in generale e in particolare:

  • tenosinovite stenosante di De Quervain,
  • tendinopatie dell’achilleo,
  • tendinopatie inserzionali o tendoperiostosi (epicondiliti, epitrocleiti, achillodinie),
  • tendinopatie della zampa d’oca,
  • tendinopatie del rotuleo.

In base a quanto considerato nella sezione sugli effetti biologici dell’ipertermia, l’azione terapeutica in questo tipo di patologie consiste nell’incrementare in misura massimale l’afflusso ematico, con conseguente miglioramento degli scambi tessutali e un effetto selettivo di “cell-killing” sulle cellule in necrobiosi che favorisce il turn over cellulare sul quale svolge, inoltre, un positivo effetto l’incremento del metabolismo cellulare indotto dall’ipertermia.

Un ulteriore e non meno importante effetto benefico di questo tipo di terapia si evidenzia, per gli stessi meccanismi, con l’eliminazione di eventuali depositi calcifici, eliminazione che rende l’impiego dell’ipertermia ancora più indicato.

BORSITI

Sono processi flogistici, acuti o cronici, a carico delle borse mucose generalmente interposte tra i tendini e il loro piano di scorrimento.

Sono caratterizzati da distensione della borsa, per aumento del liquido normalmente in essa contenuto che può assumere caratteristiche differenti a secondo dello stadio evolutivo della patologia (gelatinoso-mucoide, sieroso, siero-ematico).

La parete della borsa tende a ispessirsi, a divenire fibrosa e a sollevarsi in creste dovute ad alterazioni del connettivo. Questo processo può ulteriormente evolvere verso la forma calcifica, con possibile formazione di corpi liberi endoluminali.

Le borsiti sono quasi sempre causate da microtraumatismi ripetuti, passati inosservati o mal curati ma è possibile che un singolo trauma di maggiore entità sia di per sé sufficiente a produrle; colpiscono in genere le sedi anatomiche più sottoposte a stress meccanico, come le borse prerotulea, preolecranica, pretrocanterica, subacromo-deltoidea.

L’azione terapeufica dell’ipertermia in questo tipo di affezioni patologiche consiste nella progressiva riduzione, fino alla risoluzione, del versamento borsitico. Anche in questo caso, esiste la possibilità della completa eliminazione delle calcificazioni, caratteristica esclusiva di questo tipo di termoterapia.

LESIONI MUSCOLARI

Si distinguono in acute e croniche. Interessano prevalentemente gli arti e soprattutto quelli inferiori.

Le forme acute, più frequenti, possono prodursi per trauma diretto agente sul muscolo in fase di massima contrazione o per trauma indiretto, in seguito a uno squilibrio contrazione-rilasciamento dei muscoli agonisti e antagonisti.

Le forme croniche possono essere le sequele di lesioni acute non riconosciute o mal curate.

Possiamo distinguere lesioni muscolari parziali se l’interruzione è a carico di solo poche fibre (rotture parziali o distrazioni) oppure totali, quando si ha l’interruzione dell’intero ventre muscolare.

Di entità variabile a seconda della gravità della lesione muscolare ma comunque sempre presente è lo stravaso ematico che tende a migrare, lungo la fasci nelle regioni declivi dell’arto.

La lacerazione muscolare tende a guarire, previo riassorbimento dell’ematoma, con formazione di una cicatrice fibrosa. Possibile complicanza di questo processo è la miosite ossificante, evoluzione in calcio-ossificazione particolarmente temibile nelle lacerazioni molto ampie. Una ulteriore complicanza è rappresentata dall’organizzazione fibrosa dell’ematoma che potrà, anche in questo caso, evolvere verso la calcificazione; versamenti cospicui incompletamente riassorbiti espongono particolarmente a questo rischio. Infatti la prognosi è strettamente legata all’entità dello stravaso emorragico che consegue al trauma vascolare associato, più che all’ampiezza della lacerazione stessa.

Nel primo, come nel secondo caso, siamo di fronte a manifestazioni anatomo-cliniche delle lesioni muscolari croniche con formazione di tessuto fibroso esuberante e retraente che può comportare un accorciamento funzionale del ventre muscolare.

Da quanto detto, appare evidente che la terapia iniziale debba essere mirata ad arginare l’emorragia attraverso l’applicazione locale di ghiaccio e di bendaggio compressivo.

Superata questa prima fase, l’ipertermia trova la propria applicazione dalla seconda o terza giornata nel favorire il riassorbimento dell’ematoma, grazie agli effetti di vasodilatazione e di attivazione leucocitaria e macrofagica, nonché all’aumento della velocità di riparazione cicatriziale della lesione per attivazione metabolica cellulare e selettivo effetto “cell-killing”. Il risultato sarà perciò la formazione, in tempi significativamente minori, di una cicatrice di minime dimensioni.

Questo andamento è ben evidenziabile con esami ecotomografici seriali.

Nel caso di lesioni muscolari croniche evolute in senso fibro-calcifico, l’ipertermia fornisce risultati eccellenti che consistono nella riduzione ed in alcuni casi nella scomparsa delle calcificazioni precedentemente riscontrate, anche se di cospicue dimensioni.

Vogliamo sottolineare che la rimozione delle aree calcifiche rappresenta un problema di difficile se non impossibile risoluzione in campo fisioterapico o chirurgico, se non a rischio, in quest’ultimo caso, di sequele cicatriziali e, a loro volta, potenzialmente calcifiche dell’area cruentata con l’atto operatorio.

Dalla nostra esperienza maturata sugli atleti risulta una riduzione pari a circa il 50% dei tempi di recupero funzionale utile alla prestazione sportiva.

PUBALGIA

La pubalgia è una patologia flogistico-degenerativa delle inserzioni tendinee a livello del pube.

Possiamo distinguere due forme principali: interessamento inserzionale dei muscoli adduttori della coscia e quello dei muscoli retti dell’addome. A queste due forme va aggiunta una terza, attribuibile a una osteoartropatia della sinfisi pubica.

Particolarmente a rischio di pubalgia sono coloro che praticano sport che richiedono intenso impegno degli arti inferiori in posizioni estreme di abduzione o repentine e violente contrazioni muscolari, come i calciatori e i velocisti.

Lo stress meccanico cui le strutture inserzionali vengono sottoposte in tali attività tende a provocare uno stato flogistico dell’entesi che ha scarsa tendenza alla risoluzione spontanea o indotta dal riposo funzionale, a causa della cospicua entità delle forze traenti e della rete vascolare scarsamente sviluppata in queste sedi. L’evoluzione anatomo-patologica del quadro flogistico sarà verso una tendinosi con frammentazione delle fibre tendinee e formazione di aree di degenerazione cistica.

Il processo presenterà, pertanto, un andamento torpido, caratterizzato clinicamente da intenso dolore locale che si manifesta nel corso della prestazione funzionale dei gruppi muscolari coinvolti.

La terapia fisica della pubalgia non sempre consente di raggiungere risultati rilevanti e spesso la patologia si prolunga nel tempo, potendo assumere un andamento recidivante soprattutto nel caso di sportivi che sottopongono le strutture anatomiche coinvolte a un continuo sovraccarico funzionale.

L’ipertermia ben si inserisce nel programma riabilitativo della pubalgia esprimendo le proprie potenzialità terapeutiche come nelle altre tendiniti inserzionali, attraverso le già citate azioni sui tessuti biologici. La documentazione ecotomografica e l’andamento clinico testimoniano la regressione del quadro infiammatorio e degenerativo.

L’efficacia dell’ipertermia nella pubalgia è particolarmente evidente nelle forme resistenti alle altre terapie strumentali.

Importante, anche in questo caso, è la contrazione dei tempi di recupero funzionale utile alla prestazione sportiva.

DISTORSIONI

L’insieme delle lesioni capsulo-ligamentose derivanti da un traumatismo indiretto che tende a produrre una repentina escursione dei capi articolari oltre i limiti fisiologici, si definisce distorsione.

L’evento distorsivo, in base alla sua entità, può provocare la lesione secondaria delle inserzioni tendinee o muscolo-tendinee ma anche dei capi ossei.

Distinguiamo tre gradi di gravità:

  • primo grado: stiramento dei legamenti che presentano solo microscopicamente aree di rottura e di emorragia;
  • secondo grado: aree di rottura e di emorragia visibili anche macroscopicamente, con riduzione della resistenza del legamento coinvolto;
  • terzo grado: il legamento presenta un’interruzione a tutto spessore.

Pressoché costantemente concomita la formazione di uno stravaso ematico, che a livello articolare può produrre un emartro. Questo è particolarmente evidente a livello del ginocchio ove una lesione a carico del ligamento crociato anteriore, un distacco di frammenti osteocartilaginei o dalle lesioni dell’area periferica vascolarizzata dei menischi possono essene frequentemente responsabili. Nei casi meno gravi si può comunque verificare un versamento articolare non ematico, espressione di una reazione sinoviale alla sollecitazione traumatica.

Insieme all’articolazione del ginocchio, quella della caviglia è la più frequentemente coinvolta in questo tipo di traumi. L’ipertermia è parte integrante del trattamento delle distorsioni di primo e secondo grado mentre nel caso di distorsioni di terzo grado può essere associata al trattamento chirurgico eventuale.

Se la terapia di pronto soccorso si basa sull’applicazione locale di ghiaccio e di bendaggio compressivo, l’ipertermia può essere già iniziata in seconda giornata. Il suo effetto si manifesterà attraverso un più rapido riassorbimento dell’idrarto. Grazie all’azione sulla rete vascolare che favorirà lo scambio tra compartimento intra ed extravascolare.

Il tessuto fibroso del legamento andrà, inoltre, incontro a una più rapida regressione dei versamenti ematici interstiziali eventualmente presenti e procederà verso una sollecita riparazione delle discontinuità createsi tra le fibre, a causa dell’incremento dell’apporto ematico locale e del metabolismo cellulare. Questi effetti porteranno, unitamente all’idoneo programma riabilitativo, a una più veloce e completa evoluzione verso il recupero funzionale.

PERIOSTITI post-traumatiche

Si tratta di eventi patologici consistenti in un’infiammazione della membrana periostale che non vanno oltre lo stadio anatomo-patologico di periostite sierosa; la caratteristica saliente è la presenza di iperemia, infiltrazione leucocitaria, stasi venosa ed edema locale a livello della membrana che, in genere, evolve verso il riassorbimento e, quindi, la risoluzione clinica.

Può tuttavia residuare fibrosi locale o neoformazione di fini trabecole ossee sub-periostali da attivazione osteoblastica reattiva; in questo caso si parla di periostiti croniche o fibrose.

Questi eventi patologici possono essere successivi ad abnormi sollecitazioni dell’apparato muscolo-scheletrico, quali sovraccarichi funzionali delle inserzioni tendinee o delle strutture ossee.

Traumi diretti, frequenti nella patologia sportiva, possono provocare la formazione di ematomi sottoperiostali che costituiscono lo stimolo flogistico idoneo ad attivare le cellule mesenchimali totipotenti del periostio che si differenziano in osteoblasti; anche in questo caso, l’evoluzione sarà la formazione di trabecole reticolato subperiostale (periostite cronica).

Il principale effetto terapeutico dell’ipertermia in questa patologia va individuato in un aumentato afflusso di sangue, indotto dalla vasodilatazione, che favorisce la risoluzione del processo edematoso e la sua eventuale ulteriore evoluzione verso la forma fibrosa cronica.

PERIARTRITE SCAPOLO-OMERALE

La periartrite scapolo-omerale è la causa più frequente di dolore alla spalla.

Riconosciamo diverse strutture anatomiche che possono essere coinvolte in questa patologia: i tendini dei muscoli costituenti la cuffia dei rotatori (in particolare il sovraspinato), il tendine del capo lungo del bicipite brachiale, la borsa subacromio-deltoidea. La particolare frequenza di questa patologia è attribuibile alla conformazione anatomica dell’articolazione scapolo-omerale nella quale le suddette strutture si trovano comprese tra la testa dell’omero (in particolare la grande tuberosità omerale) e il cosiddetto tetto dell’articolazione, rappresentato dall’arco coracoacromiale formato dal processo coracoideo e della scapola, dal ligamento coraco-acromiale e dall’acromion.

Considerando la particolare ristrettezza di questo spazio, appare evidente che, in particolare nei movimenti di abduzione e di antepulsione del braccio, le strutture anatomiche sopra menzionate risulteranno interessate in presenza di inadeguati movimenti della scapola sul suo piano di scorrimento. La ripetitività del movimento e la presenza di eventuali alterazioni posturali favoriranno l’eventualità del microtraumatismo.

Va infine ricordato che l’articolazione della spalla, essendo estremamente mobile. Ma funzionalmente instabile, è costantemente esposta a questo particolare tipo di traumatismo.

Le alterazioni che si determinano sulle strutture tendinee coinvolte sono di tipo regressivo-degenerativo, con tendenza a evolvere verso la disorganizzazione delle fibre collagene, deposizione di sali di calcio che si accumulano fino a divenire radiologicamente visibili. Questi processi sono molto più frequenti e particolarmente evidenti nel tendine del sovraspinato, in prossimità della grande tuberosità omerale, zona scarsamente vascolarizzata.

Con l’evolvere del processo sarà possibile il coinvolgimento delle altre formazioni anatomiche locali; avremo perciò un versamento nella borsa subacromio-deltoidea con andamento cronico e conseguenti possibili aderenze con fasce muscolari e guaine tendinee (pericapsulite adesiva) che clinicamente comporteranno il blocco funzionale della spalla. Ed è proprio la limitazione dell’escursione articolare, insieme al dolore l’elemento clinico più rilevante della periartrite scapolo-omerale.

La terapia della crisi acuta si basa sull’applicazione di freddo e di riposo funzionale che talvolta richiede l’applicazione di una fasciatura alla Desault. Questa dovrà essere mantenuta per il tempo strettamente necessario, allo scopo di evitare la tendenza alla fibrosi dei tessuti molli periarticolari.

Superata la fase acuta, la terapia dovrà consistere nell’associazione di mobilizzazione articolare e ipertermia.

L’azione dell’ipertermia, basandosi sugli effetti già noti, è in grado di portare a regressione la sintomatologia dolorosa per azione sui processi tendinosici (effetto cell-killing e vasodilatazione), sulla componente infiammatoria (vasodilatazione e sue conseguenze) e sulla riduzione dei processi fìbrotici, consentendo una più precoce mobilizzazione articolare.

Dalla vasta e più completa casistica in nostro possesso risulta una evidente documentazione iconografica radiologica della scomparsa delle calcificazioni a carico dei tendini e della borsa subacromio-deltoidea.

Elemento fondamentale della terapia va considerata l’associazione con la cinesiterapia che dovrà essere proseguita anche dopo il termine del ciclo di applicazioni di ipertermia. Nei casi anatomo-patologicamente più evoluti abbiamo spesso riscontrato la necessita di eseguire un secondo ciclo di ipertermia a distanza di circa trenta giorni dal precedente, per una più completa risoluzione della patologia.

LOMBALGIE E DISCOPATIE

Per quanto l’ipertermia sia frequentemente applicata in queste patologie con risultati più che soddisfacenti, risulta attualmente difficile interpretare i meccanismi che ne sono alla base.

Considerando l’importanza della contrattura muscolare antalgica come elemento aggravante della lombalgia, si può comprendere come l’ipertermia sia in grado di agire positivamente attraverso la sua azione decontratturante.

Tuttavia, tale meccanismo, considerato da solo, sarebbe non esplicativo, in quanto la contrattura muscolare risulta comunque reattiva, secondaria a una azione compressiva algogena che si esercita sulla corda midollare o sulla radice spinale. In proposito è ormai ben documentata l’inefficacia dell’ipertermia sulle ernie discali espulse per le quali esiste una precisa indicazione chirurgica.

Diversa la situazione che abbiamo riscontrato nelle ernie non così evolute e nelle protrusioni discali; la documentazione iconografica fornita dalla risonanza magnetica nucleare, eseguita prima e dopo il ciclo di terapia con ipertermia, mette in evidenza una regressione, fino alla scomparsa, dell’immagine compressiva che si associa alla riacquisizione di una condizione di assenza di dolore da parte del paziente. In questi casi l’ipertermia viene da noi associata a massoterapia, cinesiterapia e trazioni del rachide, a seconda dell’evoluzione della patologia e del quadro clinico riscontrato.

La notevole persistenza dello stato di benessere, molto superiore a quanto si era abituati a sperare con altre metodiche fisiocinesiterapiche e il recupero funzionale che abbiamo riscontralo anche in atleti professionisti, ci ha indotto a inserire l’ipertermia nel protocollo riabilitativo di queste forme patologiche.

Un ulteriore successo terapeutico dell’ipertermia è stato riscontrato nel trattamento delle algie successive a intervento chirurgico di discectomia L4-L5 e L5-S1. In questi casi l’ipertermia rappresenta molto spesso l’unico presidio efficace cui tende a ricorrere lo stesso chirurgo dopo vari tentativi di arginare una condizione estremamente penosa per il paziente. Pur non essendo i risultati così costanti come per le altre forme di lombalgia, nel dolore post-discectomia l’ipertermia si presenta attualmente come l’unica strada terapeutica efficacemente praticabile.

SINDROME DEL TUNNEL CARPALE

Consiste in una sintomatologia dolorosa associata a parestesie e ipotesie nel territorio di innervazione periferica del nervo mediano (faccia palmare del pollice, dell’indice e del medio) a causa di una compressione del tronco del nervo mediano a livello del canale carpale.

La patogenesi è legata a una ipertrofia del legamento trasverso palmare del carpo o a una tenosinovite cronica dei flessori delle dita in corrispondenza del canale carpale.

Le indicazioni per il trattamento con ipertermia sono relative alla patologia primitiva; pertanto le esperienze riportano i seguenti criteri di inclusione:

  • età compresa fra i 18 e i 60 anni;
  • sintomi presenti da almeno 6 mesi;
  • assenza di trattamenti concomitanti per la patologia.

I criteri di esclusione sono generalmente legati alle forme non idiopatiche (secondarie a malattie reumaatiche, traumi al polso, diabete, alcool, uremia, gravidanza, radicolopatie cervicali).

Uno studio approfondito (Marcolongo et al.) ha valutato l’efficacia dell’ipertermia nel trattamento di questa patologia sottoponendo 32 pazienti al trattamento e controllando i risultati clinici con analisi strumentali (teletermografìa, elettroneurografia e ultrasonografia).

I risultati ottenuti, con follow-up a tre mesi, forniscono indicazioni positive sul trattamento di questa patologia con una percentuale di miglioramento complessivo pari al 90% dei pazienti trattati.

Il trattamento ha esito positivo con un numero di circa dieci sedute che possono essere effettuate a giorni alterni non necessitando di potenze erogate troppo elevate.

I pazienti sembra rispondano bene anche con un minor numero di sedute, ma l’esame del follow-up evidenzia risultati migliori a lungo termine quando il trattamento viene protratto per dieci sedute.

Tratto da “Ipertermia in terapia fisica” di E. Alicicco, G. Alessandrelli, A Borrani – Edi-Ermes